Casi Risolti

Presentiamo gli ultimi casi di sovraindebitamento seguiti e risolti dai nostri professionisti.

Ttibunale di Arezzo: ammessa al sovraindebitamento tramite liquidazione del patrimonio una signora che, rimasta vedova, non riusciva più a sostenere i debiti contratti quando il marito era in vita.

E’ quello che è successo ad una signora di Montevarchi, che non ha avuto altra scelta che accedere ad uno dei procedimenti di cui alla legge 3/2012: mettendo a disposizione una piccola porzione di un immobile ereditato e la somma di 230 € al mese per 4 anni, la debitrice potrà alla fine ottenere l’esdebitazione per circa 100.000 €.

La procedura prescelta è stata la liquidazione del patrimonio. Un primo tentativo con il piano del consumatore, a cui può accedere unicamente chi ha obbligazioni non imprenditoriali o professionali, non andava a buon fine perché il giudice non considerava assolutamente certa la natura personale di uno dei debiti (si trattava di una somma ricevuta da una finanziaria per ristrutturare un immobile del marito: il decorso del tempo e la morte del coniuge hanno reso impossibile la dimostrazione che l’importo finanziato fosse stato utilizzato effettivamente per tale finalità). Poco male: la debitrice ha ripresentato una nuova domanda, questa volta di liquidazione del patrimonio, offrendo esattamente gli stessi beni e la stessa quota di reddito indicati nel piano del consumatore, ma con una durata inferiore (4 anni anziché 5).

 

Coppia

Tribunale di Piacenza: concessa la liquidazione del patrimonio di due coniugi, entrambi soci di una snc fallita, che avevano accumulato circa 290.000 euro di debiti. Nonostante la chiusura del fallimento nel lontano 2003, alcune banche, l’Inps ed Equitalia hanno continuato negli anni successivi ad aggredire ripetutamente e pervicacemente l’unica cosa rimasta ai sovraindebitati: lo stipendio di lei e lo stipendio, e poi la pensione, di lui. I due debitori, infatti, dopo la dichiarazione di fallimento della società, pur avendo perso ogni cosa, persino i mobili di casa, si erano rimboccati le maniche e avevano entrambi trovato un lavoro dipendente, portando faticosamente avanti la propria vita e mantenendo due figli. A un certo punto, però, tra pignoramenti e cessioni del quinto i debitori si sono trovati con delle buste paga praticamente dimezzate, con il rischio di non riuscire a saldare nemmeno le bollette e l’affitto di casa.

Che fare in una situazione del genere? L’unica possibilità era la “liquidazione del patrimonio”, una delle 3 procedure prevista dalla legge 3/2012 sulla composizione della crisi da sovraindebitamento; con essa vengono messi a disposizione dei creditori tutti i beni e quella parte di reddito che non è necessaria al mantenimento della famiglia.  Nel caso in questione si trattava di una macchina usata, qualche arredo e circa 600 euro al mese delle entrate familiari, il tutto per la durata di 4 anni.

Un liquidatore nominato dal tribunale distribuirà le somme ottenute, circa 29.000, ai creditori e decorso il periodo di 4 anni i sovraindebitati potranno ottenere l’ “esdebitazione”, ossia la cancellazione di tutti i debiti arretrati.

 

img_trib2Il Tribunale di Bergamo ha ammesso alla liquidazione del patrimonio, una delle procedure previste dalla legge n. 3/2012, due “sovraindebitati”: si tratta di un rappresentante e della moglie, che negli anni, a causa della crisi e della conseguente riduzione di fatturato, avevano accumulato circa 290.000 euro di debiti, soprattutto con le banche.

La drastica diminuzione delle entrate, appena sufficienti per vivere, avevano infatti reso del tutto impossibile il pagamento dei debiti stipulati in precedenza; esaurite tutte le risorse personali e familiari, i debitori avevano una sola possibilità per uscire da una situazione apparentemente irrisolvibile: accedere ad una delle procedure previste dalla “legge anti-suicidi”.

In particolare è stata scelta la cosiddetta “liquidazione del patrimonio”, con la quale il debitore deve mettere a disposizione dei creditori tutti i suoi beni, pochi o tanti che siano, oltre a quella parte di reddito non necessaria al sostentamento del nucleo familiare, il tutto per la durata di 4 anni, con possibilità di ottenere la cancellazione dei debiti nella parte non pagata.

In questo caso la famiglia bergamasca ha rinunciato ad un immobile del valore di circa 82.000 euro (comunque gravato da un mutuo ipotecario di importo residuo ben superiore) e ad un veicolo usato del valore di circa 3.000 euro, per un totale di 85.000 euro, che corrisponde a circa il 30% dei debiti complessivi; il Tribunale ha invece stabilito che l’attuale reddito rimanga per intero ai debitori, in quanto necessario alla sopravvivenza.

 

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Il Tribunale di Treviso accoglie le istanze di due cittadini sommersi dai debiti, aprendo due procedure di liquidazione del patrimonio.

Si tratta anche in questo caso di persone che svolgono da anni un’attività di impresa, purtroppo molto ridimensionata a causa della grave crisi economica che coinvolto il nostro paese, con la conseguenza che i debiti si sono accumulati nel tempo (quasi 200.000 euro), fino ad un punto di non ritorno.

Cosa fare allora? Il reddito derivante dall’impresa è in buona parte necessario a sopravvivere e quanto avanza è assolutamente insufficiente a sostenere le diverse obbligazioni assunte. D’altro canto è impossibile pensare di chiudere l’impresa, unica fonte di sostentamento della famiglia, per dare inizio ad un’altra attività ( ma quale?) o per trovare un lavoro dipendente (a 57 anni? dopo aver lavorato una vita in proprio?).

Non rimaneva che utilizzare la legge sulla composizione della crisi da sovraindebitamento, scegliendo, tra i tre procedimenti previsti, ancora una volta la liquidazione dei beni, una sorta di piccolo “fallimento”, in quanto i debitori mettono a disposizione tutto ciò che hanno  affinché venga distribuito tra i creditori.

Un aspetto positivo è che l’ammontare del patrimonio in gioco non deve necessariamente raggiungere una determinata soglia, perciò anche chi ha molto poco può accedere a tale procedura: proprio come nel caso qui commentato, nel quale i debitori, pur offrendo tutti i loro beni, di fatto hanno messo a disposizione  una piccola percentuale di un immobile ereditato, un veicolo e 200 euro al mese per la durata di 4 anni.

E i debiti non pagati che fine fanno? Decorsi 4 anni, sussistendo determinati presupposti, i due ricorrenti potranno chiedere l’esdebitazione, facendo così tabula rasa del passato.

La vicenda dei due debitori trevisani è rappresentativa di molte altre simili: non si tratta di “furbi” che hanno contratto debiti e poi approfittano della normativa in questione per non pagare, si tratta invece  di persone che hanno sempre lavorato tantissimo, che in passato andavano orgogliose di non aver mai saltato una rata dei propri debiti, che hanno esaurito tutte le loro risorse (risparmi, aiuti dai parenti, eccetera), fino a trovarsi, loro malgrado, in una situazione impossibile.